Calcio a 5-un-lato. Sport per gente tosta!

Di Angelo Guido

Negli ultimi giorni, hanno destato particolarmente interesse le gesta di Yvan Wouandji, calciatore della nazionale francese non vedenti di calcio a 5-un-lato, autore di un’incredibile rete a seguito di una serpentina che ha letteralmente seminato il panico fra gli ostici avversari della Germania, prima di vedere battuto l’incolpevole portiere teutonico. Non sono mancati i paragoni con il più illustre collega Lionel Messi, ma il merito più grande attribuibile al numero 10 dei “galletti” francesi, forse, è stato quello di aver posto l’attenzione su uno sport finora poco conosciuto ai più.

Gestito dall’International Blind Sports Federation (IBSA), fondata nel 1981 a Parigi, il calcio a 5-un-lato è un adattamento del calcio per atleti con disabilità visive – ipovisione e cecità – che si svolge secondo le regole FIFA, seppur con alcune opportune modifiche. Il campo di gioco, cha mantiene la classica forma rettangolare, è quello standard per il calcio a 5 (che prevede, quindi, una lunghezza compresa tra 38 e 42 metri ed una larghezza compresa tra i 18 e i 22 metri), circondato da sponde in policarbonato alte 1.30 metri, in modo tale che la palla possa uscire solo dalle linee di fondo, escludendo di fatto le rimesse laterali.

La sfera di gioco, che non rimbalza, viene individuata acusticamente grazie ad alcuni dispositivi sonori (i cosiddetti sonagli) che emettono un suono udibile dagli atleti. Le squadre, tuttavia, possono servirsi di alcune guide vedenti, posizionate a bordo campo insieme all’allenatore, autorizzate a dettare istruzioni ai giocatori per aiutarli nella gestione dei movimenti. Ogni squadra è formata da cinque giocatori, compreso il portiere che non deve avere cecità totale e che può essere anche un vedente, purché non sia stato un tesserato FIFA per almeno cinque anni. Gli altri giocatori, invece, vengono tutti bendati, onde evitare che anche un solo calciatore possa trarre vantaggio da un minor grado di disabilità. Le partite si costituiscono di due tempi regolamentari di 25 minuti ciascuno, con un intervallo della durata di circa dieci minuti.

Le competizioni di calcio a 5-un-lato si distinguono in due categorie. La prima, la Categoria B1, vede impegnati solo atleti che non percepiscono la luce in nessuno dei due occhi o che la percepiscono ma non sono in grado di riconoscere la forma di una mano da alcuna distanza o direzione (B1), con l’eccezione dei portieri e delle guide, che possono essere di classe B2, B3 o, come già detto, vedenti.
Nella seconda categoria, la B2/3, confluiscono, invece, sia atleti in grado di riconoscere la forma di una mano e di vedere chiaramente con un parametro di 2/60 o inferiore, e il cui campo visivo è minore di 5° (B2), sia atleti in grado di riconoscere la forma di una mano, di vedere chiaramente con un parametro che varia dai 2/60 ai 6/60 ed il cui campo visuale è superiore a 5° ma inferiore a 20° (B3). Tuttavia, è obbligatoria la presenza in campo di almeno due giocatori B2 per ogni squadra.
Diffusosi dapprima in Sudamerica, dove si ha notizia del primo campionato brasiliano già a partire dal 1980, il calcio a 5-un-lato sbarcò in Europa solo nel 1986, allorché ebbe luogo il primo campionato nazionale spagnolo. I primi campionati continentali europei e americani, invece, si sono svolti nel 1997, seguiti l’anno successivo dal primo Campionato del Mondo. Dal 2004, è inserito nelle discipline praticate alle Paralimpiadi.


In Italia, sotto l’egida della FISPIC (la Federazione Italiana Sport Paralimpici per Ipovedenti e Ciechi, che raggruppa le discipline del goalball, del torball, del calcio a 5 B1 e B2/3, dello judo e dello showdown), si disputano, invece, il campionato italiano, la Coppa Italia e la Supercoppa Italiana (giocata tra le vincenti delle due manifestazioni nazionali).

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Dalla neve al cielo, 3 attività per gente tosta, come i disabili motori.

di Sabrina Barbante
Il rugby non è uno sport per le educande.
Lo sci è tra gli sport più stancanti in assoluto.
Il volo non è un gioco adatto a tutti.

thPer questi motivi e poi anche per molti altri, gli sport estremi sono particolarmente adatti ai portatori di disabilità motorie, anche gravi.
Chi deve lottare ogni giorno con l’incuria e le barriere architettoniche, chi deve trasportare sui bicipiti il peso del corpo e quello di una carrozzina, chi sa che in situazioni di pericolo deve salvarsi senza poter correre e soprattutto chi deve convincere tutti che si può vivere senza essere commiserati anche se disabili, è gente tosta, abituata a vivere fuori dagli schemi e a doverne creare di propri.

Per questo, diverse associazioni sportive e di promozione sociale di tutto il mondo hanno creato strutture e occasioni per dare spazio agli ‘sport estremi’ ai disabili, particolarmente abituati nella loro quotidianità al concetto stesso di estremo.

Di questo era convinta Cip e la Federazione italiana sport paraolimpici e sperimentali (Fispes), quando nel 2011 ha creato la prima squadra italiana di rugby per disabili, specificando che l’apertura era solo per portatori di disabilità gravi. D’altronde l’obiettivo finale è quello dei Giochi di Rio de Janeiro 2016, quindi i duri che devon giocare devono essere i più duri tra i duri.
Vindicio_Vescovi_gDal 2010 ad oggi sono partiti allenamenti, stage e raduni mensili. Già nel febbraio 2013, gli azzurri sono entrati nella ranking list mondiale con un terzo posto al torneo di Dublino.

Il rugby in carrozzina è per altro una via di mezzo tra basket, la pallamano e l’hockey su ghiaccio (altre tipologie di sport molto fisiche). Si gioca al chiuso, sul parquet di un campo da pallacanestro, quattro contro quattro con gli atleti su carrozzine a spinta manuale: squadre miste, uomini e donne giocano assieme.Quattro tempi, ogni meta è un punto. Regole stringenti: non è ammesso nessun contatto fisico diretto fra gli atleti, ma tutto è concesso alle loro carrozzine, e così blocchi, speronamenti, scontri e ribaltamenti fanno parte integrante dello spettacolo di questa disciplina.

Passando allo sci, testimonial della promozione di questo sport tra i paraplegici c’è Alex Zanardi, che insieme ad un gruppo di 25 esperti educatori e sportivi del progetto SciAbile,  in collaborazione con la Scuola di Sci di Sauze d’Oulx, paese della Val di Susa, finora ha fatto vivere l’ebbrezza della discesa sulle piste innevate a oltre 500 allievi diversamente abili. Con ottimi risultati.

Parlando di testimonial illustri, l’astronauta Samantha Cristoforetti che da ieri è in orbita con la missione Futura dell’Asi (Agenzia spaziale italiana), porta con sé nello spazio la bandiera di WeFly! Team, unica al mondo composta da piloti paraplegici che volano su aerei ultraleggeri con comandi modificati.

Volare non è solo sinonimo di libertà: richiede impegno, responsabilità, capacità di controllo emotivo- Capacità che, anche per i motivi sopra elencati, molti disabili hanno e possono insegnare.

Il prossimo salto potrebbe essere nello spazio. Nell’attesa, liberiamoci dalle barriere architettoniche e mentali qui sulla terra. Sempre se siamo abbastanza ‘tosti’ per farlo.

 

Buon vento... ti porto in Barca a Vela.

Di Sabrina Barbante
Ogni sport è portatore di valori, percorsi pedagogici, insegnamenti che vanno bel oltre lo sport in sé.
Tra questi, uno può racchiudere, se ben guidato da esperti motivati, l’attenzione per l’ambiente, l’attenzione per l’accessibilità, la condivisione delle abilità di alcuni a suffragio di tutti, ed è la vela.

Sport complesso, per gli strumenti necessari, per le conoscenze richieste o comunque utili (fisica, rosa dei venti, nodi, ecc.), per la varietà delle nozioni da apprendere prima di poter navigare, vero elemento centrale dell’attività.

Eppure è uno sport universalmente riconosciuto per le sue caratteristiche coesive e formative.
Ci sono diverse realtà in tutta Italia che promuovono e organizzano corsi e/o esperienze di navigazione anche per portatori di disabilità motorie e sensoriali. Spesso le esperienze di navigazione e i corsi stessi uniscono insieme disabili e non, ed è in questi casi che il progetto della barca a vela raggiunge il massimo del suo potenziale formativo.

Lo Spirito di Stella è un’associazione nata dal Andrea Stella, che promuove l’attività velica per le persone disabili insieme a campagne di sensibilizzazione per l’abbattimento (fisico e culturale) delle barriere architettoniche. Ora Stella è il testimonial del progetto triestino di turismo nautico accessibile di Barcheyacht.
Se è vero che il mare non ha gradini né barriere, è anche vero che molte barche ne hanno eccome! Anche per questo l’associazione ha fatto progettare e produrre imbarcazioni adatte ad esperienze anche solo brevi e turistiche per portatori di disabilità motorie e sensoriali.

Da una riflessione simile, qualche anno prima, nasce l’associazione Vela Insieme, del grossetano. Si definiscono “scuola di mare” accessibile a tutti, facendo del mare e della navigazione “strumenti” di aggregazione ed integrazione attraverso la formazione di equipaggi misti, di disabili e non, consapevoli che le difficoltà e gli ostacoli propri della vita in barca possono diventare, così, occasioni di dialogo e comunicazione, di reciproca comprensione e di confronto tra “sportivi”.
Le imbarcazioni utilizzate sono tutte in linea con  le direttive comunitarie sulla difesa dell’ambiente marino.

Tutela dell’ambiente, coesione, comprensione. Tutto sotto una sola vela.
I valori e le opportunità, del resto, non si diffondono necessariamente una alla volta.

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