5 febbraio 2015

Intervista a Guido Martini [prima parte] Di Angelo Guido

Guido Martini è un artista “oltre”. Oltre i movimenti delle sue epoche. Oltre le avversità del tempo. Oltre il concetto di disabilità. E “Saper guardare oltre” è il manifesto d’intenti che accompagna ogni sua opera, ogni pagina di quello che il Prof. Nicola Bellezza, Docente di Storia dell’Arte presso la Facoltà di Architettura alla Sapienza di Roma, ha definito «un capitolo, invero, assai significativo dell’arte contemporanea». intervista guido martini Abbandonato il tracciato dei maestri del Novecento, Martini si è distinto nel corso degli anni per il contributo all’arte contemporanea soprattutto in termini di astrazione gestuale, anche quando, in seguito ad un ictus, da alcuni anni è costretto a dipingere con una sola mano. Fatto, questo, che non sembra aver scalfito il suo ego artistico ma, anzi, aver dato nuova linfa vitale ad un’evoluzione stilistica tutt’ora in corso, nonostante la carta d’identità reciti ben 93 primavere. In due “puntate”, cercheremo di scoprire qualcosa sulla vita di questo straordinario maestro dell’Action Painting, grazie all’intervista – un vero e proprio flusso di coscienza, in verità – che Guido Martini ci ha gentilmente concesso, realizzata con il prezioso contributo del curatore d’arte Cristiano Cervino, che ha recentemente ospitato Guido Martini nella rassegna d’arte collettiva “spacescape”. «Ormai [l’esordio è senza domande, come si conviene ad un artista fuori da ogni schema] sono orientato verso una pittura “simpatica”, che non segue alcuno schema. Forse è stata la mia maturazione che mi ha permesso di fare delle cose… [Martini si interrompe e sorride, poi riprende] Faccio solo un esempio. Picasso asserì: “Ho impiegato una vita per imparare a dipingere come un bambino”. Ecco, pian piano posso dire che questa è diventata anche una mia scelta. «Dietro a questi due quadri [indica due opere accostate a un muro] ne trovi un altro in cui è rappresentata una gabbia. È la gabbia che abbiamo noi esseri umani dinanzi all’ignoranza, alla cattiveria, alla politica “sbagliata”, a tutte le cose negative che ci impediscono di vivere la vita come dovrebbe essere vissuta, senza tutti questi freni. Concetti comprensibili da chiunque, senza essere necessariamente grandi cultori d’arte. [Poi aggiunge, indicando un altro quadro con uno squarcio che si apre nella parte inferiore, a sinistra] Certe ferite non si rimarginano mai».

“l’arte dovrebbe trasmettere solo valori positivi come la poesia dovrebbe esser fatta solo di versi d’amore”

Classe ’21, aretino di nascita, si trasferisce dapprima a Brindisi per ricoprire la carica di primario ospedaliero, e poi a Francavilla Fontana, per svolgere la funzione di cardiologo. «Il percorso artistico era impresso nel destino. Mai avrei pensato di intraprendere la strada dell’arte, della pittura. Nel 1984 avevo finito di praticare la medicina: ormai la medicina era diventata superflua, per così dire: non era più la medicina che avevo studiato. Pertanto – era circa il 1987 – intrapresi la scelta di vivere a Martina Franca, coltivando l’idea di aprire uno studiolo per fare qualcosa o avevo forse l’idea di dipingere, stimolato anche dal fermento del centro storico della città. Cominciai a dipingere, perlopiù figure geometriche». In seguito, avverrà un incontro significativo lungo la carriera artistica di Guido Martini: quello con il prof. Nicola Bellezza. «Fu colpito dall’entusiasmo da questa pittura d’azione, senza progetto. Era venuta fuori questa passione per la pittura e per l’arte in genere, intesa come evoluzione continua. All’improvviso hai dentro questo fervore, e non puoi stare fermo. Qualcosa si era mosso dentro di me, sganciandomi dal passato, che non portava a niente. Iniziai a leggere molto, a visitare molti musei. Viaggiai. New York, San Paolo del Brasile, Amsterdam. Poi Roma, e una mostra a Palazzo Margutta: la mente si schiariva. D’altronde, più studi, più ti affini, come per ogni materia».

Ti potrebbe interessare anche l’articolo L’arte che abbatte gli stereotipi sulla disabilità Chiedo a Guido se è ancora possibile “inventare” qualcosa. «Spero di sì, anche se personalmente non credo di avere molto spazio ancora. Mi sento giovane dentro e questo è il mio tormento maggiore. Ho goduto la vita come mi diceva il cuore, l’arte, e ciò ti apre il cuore, la mente. Imparare a vedere [svela recitando alcuni versi in francese] è il più lungo pentimento di tutta la vita». [continua…]

Comments are closed.

X